Oggi intervisto un’amica e collega, una donna che stimo, che credo abbia fatto tanto e farà ancora tanto.

Anna Maria Siccardi una persona semplice, audace, umile nonostante l’esperienza e la professionalità.

Sicuramente ci sono 3 concetti che ci possiamo portare a casa da questa intervista:

  1. In un mondo veloce e in continuo cambiamento è indispensabile sapersi adattare alle situazioni, mettersi in discussione e provare a cimentarsi con nuovi strumenti.
  2. La testardaggine ti aiuta a raggiungere i tuoi obiettivi
  3. La passione, sarà banale, ma è indispensabile: sei fai ciò che ti appassiona non potrà che uscire qualcosa di positivo.

Per ascoltare l’intervista puoi cliccare qui



Anna, parlaci di te come imprenditrice:

“Provengo da un background di studi scientifici, laureata nel ’94 in piena crisi occupazionale. Come tanti fisici, miei colleghi, ci siamo chiesti come poter utilizzare in un modo alternativo le competenze che avevamo acquisito. Ci siamo quindi riciclati nel settore informatico, a quel tempo un campo molto fertile fra i fisici e gli ingegneri. Il mio primo impiego infatti è stato un lavoro da programmatrice in una piccola software house. 

Il ruolo da dipendente mi andava molto stretto

Però il ruolo di dipendente mi andava molto stretto, quindi, quando mi è stato proposto di trasformare in impresa le competenze che avevo acquisito, ho colto immediatamente la palla al balzo.

Nel mio caso non è stato qualcosa di progettato e strutturato, non esistevano ancora gli incubatori di startup. Ho iniziato con una piccola società di consulenza per le certificazioni ISO9000, ma con il tempo ci siamo appassionati al settore del web.

6 anni fa, consapevole delle mie competenze, con un’amica ho creato Rete del Dono, una piattaforma di crowdfunding. 

L’ho fatto perché intravedevo la possibilità di creare un’impresa che dava servizi al terzo settore. L’idea di capitalizzare la mia esperienza di imprenditore e le mie competenze digitali per fare qualcosa che portasse il digitale a dare dei benefici al terzo settore l’ho trovato accattivante. Quindi al giorno d’oggi vi dedico il 60% del mio tempo.”

Parlando di Rete del Dono hai citato la parola crowdfunding, potresti spiegare in parole semplici cos’è il crowdfunding?

“In italiano si potrebbe tradurre in “raccolta fondi dalla folla”, in pratica si raccolgono fondi mettendo insieme il contributo di molte persone per il piacere e la volontà di realizzare un determinato progetto, il tutto ricevendone qualcosa in cambio. 

Nelle cosiddette piattaforme di equity crowdfunding si tratta di un progetto imprenditoriale, quindi chi contribuisce lo fa per avere una ricompensa materiale. 

In cosa si distingue Rete del Dono rispetto alle altre piattaforme di crowdfunding? 

Rete del Dono è una piattaforma di crowdfunding per il non profit, quindi in questo caso la ricompensa che si aspettano le persone è la realizzazione di un progetto che ha delle ricadute sociali: insomma si ha il piacere di aver contribuito ad un progetto di solidarietà. 

Nel caso del crowdfunding non profit parliamo quasi di una evoluzione della semplice donazione, perché in questo caso ci si può accertare del modo in cui il progetto sta concretamente avendo dei risultati.

Inoltre, lavorando ci siamo resi conto di quanto il terzo settore fosse il comparto in Italia dove tutti i vantaggi del digitale sono stati percepiti in ritardo.

Si sta creando un vero e proprio scollamento tra il modo di comunicare dei giovani e i canali di comunicazione utilizzati dal terzo settore. Ciò si traduce in un problema di notevole natura se teniamo conto che i ventenni d’oggi sono i donatori di domani.

Con il crownfunding facciamo entrare il digitale all’interno del terzo settore.

L’importanza di Rete del Dono è quindi di dare la possibilità alle piccole associazioni di servirsi del mondo digitale?

In realtà noi di Rete del Dono abbiamo a che fare con le realtà più variegate. 

Partiamo dalle grandi organizzazioni che hanno in se un propria struttura digital ma che si servono di Rete del Dono per presidiare la rete a fine strategico sino ad arrivare proprio alle piccole associazioni che utilizzano il crownfunding perché è un canale in cui vi è ancora poca barriera all’ingresso. 

 

Anzi, il più delle volte diventa il vero unico canale alla quale queste piccole realtà possono avere accesso e che, se supportato da una buona campagna social, può garantirgli degli ottimi risultati.

Quali sono stati gli scogli da superare nella creazione di questo progetto?

Paradossalmente una delle difficoltà più grandi che abbiamo dovuto affrontare è costituita dal fatto che molti enti non profit non erano ancora in grado di recepire un prodotto che richiedeva un minimo di consapevolezze sull’importanza del web.

La differenza fra il terzo settore e il resto delle realtà imprenditoriali è che l’impresa tradizionale ha capito che il web deve essere messo in centro, invece nel terzo settore nella maggioranza dei casi la situazione è analoga allo scenario imprenditoriale di 15 anni fa.

Come fate a fare cultura digitale con queste non profit?

Investiamo tanto in formazione e in comunicazione. Abbiamo creato anche delle attività di ricerca che mettiamo a disposizione di tutto il terzo settore a cui dedichiamo tempo e risorse.

Ad esempio per il 4 anno consecutivo abbiamo realizzato “Donare 3.0”, un’indagine in collaborazione con Paypal sulla propensione alla donazione online.

Abbiamo fondato il “Digital Fundraising Award”, un premio messo in palio da Rete del Dono e Paypal alle non profit che hanno sviluppato campagne online particolarmente virtuose e a individui che, a titolo personale, hanno creato delle raccolte di fondi a favore di enti non profit.

Insomma si tratta di strumenti che ci danno la possibilità di ricevere visibilità sia tra i potenziali donatori, ma, sopratutto, all’interno del terzo settore stesso.

C’è un mantra o un’abitudine che ti ha aiutato nei periodi difficili?

Più che un mantra direi una caratteristica caratteriale che mi accomuna con la mia socia: l’ostinazione. 

Crediamo nella potenzialità del digitale all’interno del terzo settore: parliamo di dinamiche esplose all’estero e non vedo il motivo per cui ciò non possa accadere anche nel nostro paese. 

Crediamo anche che molto possa arrivare dai giovani, giovani che magari sono coinvolti nel volontariato ma che non sono stati educati alla cultura della filantropia. 

Si tratta quindi di veicolare questo messaggio, è un vero e proprio tema di comunicazione.

Quali sono secondo te le soft skills necessarie per lavorare nel tuo team?

Nella ricerca delle risorse umane ho posto come prima e imprescindibile skill l’adattabilità. Il settore del digitale è un settore che tende ad autocannibalizzarsi data la sua velocità di evoluzione. 

La curiosità è indispensabile in una realtà come la nostra.

Quindi processi, procedure e strumenti di lavoro vengono continuamente cambiati e chi lavora con noi deve essere in grado di riuscire a stare al passo. 

La curiosità e l’essere sempre pronti al cambiamento quindi sono requisiti imprescindibili in realtà come la nostra.

C’è una persona che ti ha ispirato a livello professionale nella tua carriera?

In realtà si tratta di più persone. La chiave credo sia stata nell’aver avuto il piacere di lavorare con persone che ho reputato fossero più competenti di me: questo mi ha dato la possibilità di apprendere il più possibile dagli altri.

Ad esempio ho imparato moltissimo dal mio primo datore di lavoro, di cui ammiravo la sua capacità di riuscire a fare emergere il meglio da tutte le persone. Riusciva ad intuirne i pregi valorizzandoli al massimo, insomma quello che ogni leader dovrebbe essere in grado di fare.

Hai un ultimo consiglio da dare a chi vorrebbe cambiare vita e mettersi in proprio come hai fatto tu?

Sto per dire una banalità in cui credo moltissimo: cerca di fare qualcosa che ti appassioni, indipendentemente da ciò che hai fatto prima: non potrà che uscire qualcosa di positivo.

Facendo scelte di ripiego si rischia di incagliarsi.

Sopratutto alle donne io mi sento di dire di non fare troppi calcoli: il pensiero di poter diventare madri, il non avere un welfare adeguato nel nostro paese ci frena ancora prima, addirittura, di pensare di voler iniziare qualcosa. 

Non fermatevi di fronte a questi ostacoli mentali improntati sul futuro. Iniziate il vostro progetto, poi, se è il caso, affronterete queste tematiche nel momento in cui si presenteranno concretamente. 

Ma idealmente è controproducente frenare la vostra corsa prima ancora di partire in vista di un ipotetico dodicesimo ostacolo.





Anna Porello
Imprenditrice digital e cuore pulsante di Intraprendere. Fonda la sua prima startup di entertainment geolocal nel 2006 venduta a una nota azienda italiana. Dopo anni come consulente nei processi di digitalizzazione di grandi imprese, decide di dedicarsi a Intraprendere.net, che co-fonda nel 2016.

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