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Mai una donna deve sentirsi stanca, deve sempre lottare

Le 3 pillole intraprendenti di Elisabetta Ambiveri

  1. Coraggio: prese sempre le parti dei più deboli e dei perseguitati, non cedendo neanche di fronte a fascisti e al nazisti.
  2. Resilienza: prima, essendo stata sospesa da Mussolini durante il suo servizio alla Croce Rossa, e dopo, inizialmente condannata a morte e successivamente rinchiusa in un carcere tedesco, ha sempre trovato la forza di reagire di fronte alle avversità.
  3. Caparbietà: durante la sua vita non si fermò mai. Credeva in un mondo migliore e ha dato anima e corpo per prodigarsi nel miglioramento delle condizioni del popolo, delle donne e delle strutture pubbliche.

Ci sono storie di coraggio. Una parola spesso abusata in maniera unidirezionale.

Il coraggio accomuna i valorosi condottieri: uomini impavidi capaci di guardare dritto negli occhi il pericolo ed affrontarlo.

Questo però fa parte dei miti e dell’eccezioni. Il coraggio dovremmo ritrovarlo nello scorrere delle nostre giornate, nelle scelte quotidiane che la vita ci impone.

E così potremmo scovare storie di coraggio fatte di donne minute, le cui azioni probabilmente non saranno illuminate dalle luci della ribalta.

Piccole donne magari provenienti da province poco frequentate dove l’esistenza della comunità è cadenzata dalla monotonia dei ritmi di lavoro.

Piccole donne che, nonostante la tranquillità del loro mondo apparentemente immobile, davanti agli sconvolgimenti che le colpirono, si impegnarono in un enorme slancio di umanità e coraggio.

E proprio da questi luoghi giunge la storia della nostra protagonista di oggi: Elisabetta Ambiveri.

Sarà una storia all’insegna della tutela dei diritti, contro le ingiustizie, a favore degli emarginati e degli ultimi.

Biografia di Elisabetta Ambiveri

Elisabetta Ambiveri, da tutti chiamata “Betty”, nacque a Seriate in provincia di Bergamo nel 1888.

Il padre, Giovanni Ambiveri, era un famoso imprenditore locale che operava nella produzione di semi destinati all’allevamento dei bachi da seta.

La famiglia era benestante, e quando la piccola Betty aveva pochi anni di età, si trasferì nella sontuosa villa Ambiveri, ancora oggi lì presente a caratterizzare lo scenario di Seriate.

Elisabetta Ambiveri frequentò il Collegio delle Marcelline a Milano e una volta terminati gli studi, rincasò per aiutare il padre nell’attività di famiglia.

Fu proprio in questo periodo che si intensificò quel suo bisogno innato di aiutare gli altri. Elisabetta Ambiveri era anche profondamente cristiana, e ciò la spinse a sostenere le opere missionarie.

Durante il periodo del primo conflitto mondiale prestò servizio come volontaria della Croce Rossa presso l’ospedale di Bergamo. Data la vicinanza con il fronte, la giovane Elisabetta Ambiveri ebbe modo di osservare in prima persona le atrocità della guerra sui pazienti che inondavano le corsie dell’ospedale.

Per quanto traumatica, tale esperienza la spinse ad accentuare ancor di più il proprio sostegno alle classi più svantaggiate. Nel 1920 fondò il Laboratorio Missionario, il quale si occupava delle opere caritatevoli presso la diocesi di Bergamo.

Tra fascismo e resistenza

Elisabetta Ambiveri ebbe fin dagli esordi della dittatura rapporti poco amichevoli con gli esponenti fascisti. Nonostante ciò le fu permesso di condurre le proprie attività assistenziali abbastanza liberamente.

Nel 1940 con l’entrata dell’Italia in guerra a fianco della Germania tornò a prestare servizio come volontaria presso l’ospedale di Bergamo.

Qui potè tastare con mano la carenza di medicinali per i ricoverati, e così decise di scrivere una missiva direttamente a Mussolini, che la sospese immediatamente dal servizio.

Elisabetta Ambiveri non era una donna abituata a piegare il capo e ad accettare compromessi. Si denota la sua intransigenza anche dalla lettera inviata alla Vice Ispettrice delle Infermiere Volontarie dopo la sospensione:

La comunicazione fattami di essere stata sospesa nientemeno che telegraficamente da Roma, non solo mi ha lasciata pienamente impassibile, avendo la coscienza pienamente tranquilla, ma mi ha fatto piacere per la ripresa libertà, a me tanto necessaria per le mie diverse occupazioni, non esclusa l’assistenza alle famiglie dei militari”

Il cadere degli eventi con la firma dell’armistizio del 1943 lasciò l’Italia in balia dei nazisti.

Elisabetta Ambiveri non si fece cogliere da nessun timore neanche in questa occasione e come consueto scelse senza pensarci sù da che parte stare.

Già un paio d’anni prima aveva nascosto nella sua casa di Seriate una famiglia di ebrei, e li aveva aiutati successivamente a fuggire in Svizzera.

Aveva fatto tutto ciò con estrema naturalezza e riservatezza. Le sue nipoti ricordarono così l’accaduto in un’intervista di qualche anno fa:

All’epoca noi eravamo ragazzine e frequentavamo spesso la casa della Zia Betty cui eravamo molto affezionate. Eravamo anche abituate a vedere i gesti di straordinaria generosità che hanno sempre caratterizzato la vita di Sisì (così la chiamavamo in famiglia) per cui non ci stupì più di tanto trovare una famiglia, i Müller , alloggiata in un’ala della casa. Conducevano una vita molto ritirata, non uscivano mai dalla villa e i nostri incontri furono pochissimi. Poi un giorno, improvvisamente come erano arrivati, i Müller partirono. Ci dissero che erano scappati in Svizzera. Furono sicuramente aiutati dalla zia Betty ad organizzare la fuga ma a noi non fu detto nulla, anche perché era abitudine di Sisì tenere riservate tutte le sue opere generose.”

Così come non esitò ad aiutare una famiglia di ebrei, Elisabetta Ambiveri si prodigò anche a prestare assistenza agli sfollati e ai partigiani. Accettò anche di nascondere delle armi nella sua villa.

Purtroppo a causa di una delazione, Elisabetta Ambiveri venne catturata. La sentenza fu durissima: pena di morte.

Grazie all’intercessione del famoso cardinale di Milano Schuster e una petizione che raggiunse le diecimila firme, la sua pena fu commutata in dieci anni di reclusione presso un carcere in Germania.

Nel 1945 gli Americani liberarono Elisabetta Ambiveri e poté così far rientro in Italia.

Elisabetta Ambiveri: l’impegno politico a favore dei più deboli

Terminata la guerra Elisabetta Ambiveri si candidò nel 1946 al consiglio comunale di Seriate tra le file della Democrazia Cristiana. Fu eletta per ben due mandati, fino al 1956, e risultò la prima donna a coprire una carica politica nel dopoguerra in Italia.

In consiglio, Elisabetta Ambiveri si battè per le classi più svantaggiate. Le sue richieste riguardarono interventi contro l’alcolismo diffuso, contro i frequenti incidenti sul lavoro, sul miglioramento dei servizi di trasporto per gli operai e sull’accoglienza dei malati mentali presso le strutture pubbliche.

Sostenne durante i suoi mandati anche l’opera O.M.N.I (Opera Nazionale Maternità Infanzia), e promosse corsi di formazione per infermieri, edili e addetti all’agricoltura.

Uno dei suoi colleghi disse di lei: “Era un vulcano di idee, bastava che venisse a sapere che c’era qualcuno in stato di bisogno perché immediatamente se ne facesse carico.”

L’impegno politico non le fece trascurare però l’impegno sociale. Nel 1947 fu a capo della commissione che si occupava della gestione dell’ospedale di Seriate.

Si adoperò per migliorare i servizi sanitari senza incidere sui costi di prestazione. Presero così forma i nuovi reparti di medicina, chirurgia, ostetricia e così via. I posti letti passarono da 40 a quasi 200.

Nello stesso periodo Elisabetta Ambiveri fondò a Bergamo il Centro italiano Femminile. Scopo del centro era quello di promuovere la donna nel nuovo scenario politico e sociale del dopoguerra, attraverso una maggior partecipazione e nel rispetto dei principi cristiani.

Nonostante i numerosi impegni politici e sociali, Elisabetta Ambiveri non allentò neanche il suo legame con la Croce Rossa Italiana. Nel 1946 fu nominata Ispettrice delle Infermiere Volontarie di Bergamo, e si mobilitò in tutte le emergenze che interessarono l’Italia in quegli anni, come l’alluvione del Polesine.

Elisabetta Ambiveri, dopo aver dedicato la sua esistenza agli altri, si spense nel 1962 a causa di un tumore al seno.

I libri su Elisabetta Ambiveri

  • Giacinto Gambirasio, Seriate nella Storia, Bergamo, Edizioni Orobiche, 1966
  • Seriate storia, attualità, ricordi, Clusone, Ferrari, 1981
  • Bianca Colnaghi, Betty Ambiveri: una storia nella storia, Brusaporto, Algigraf, 2012

Il pensiero di Elisabetta Ambiveri

Qui di seguito alcuni stralci del pensiero di Elisabetta Ambiveri recuperati dalle lettere dal carcere inviate durante il suo periodo di prigionia.

  • Credere nonostante le avversità nell’uomo. “Vorrei dire anch’io come il grande Leonardo ‘ringraziamo Iddio per questa nostra benigna natura umana che ci fa trovare ovunque di che imparare’ ed io aggiungo di che fare.”
  • Nella vita non bisogna mai cedere. Mai una donna deve sentirsi stanca, deve sempre lottare”
  • La pace come valore assoluto. Qui rinchiusa non so come vada il mondo, mi par di vivere in un altro pianeta. La mia giornata scorre serena e prego Iddio perché doni all’Europa una pace giusta e che possa durare molto a lungo.”




Anna Porello
Imprenditrice digital e cuore pulsante di Intraprendere. Fonda la sua prima startup di entertainment geolocal nel 2006 venduta a una nota azienda italiana. Dopo anni come consulente nei processi di digitalizzazione di grandi imprese, decide di dedicarsi a Intraprendere.net, che co-fonda nel 2016.

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